Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Gina Borellini, Livia Bianchi, Carla Capponi, Cecilia Deganutti, Paola Del Din, Anna Maria Enriquez, Gabriella Degli Esposti Reverberi, Norma Pratelli Parenti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Rita Rosani, Modesta Rossi Polletti, Virginia Tonelli, Vera Vassalle, Iris Versari, Joyce Lussu.
Questi sono i nomi delle sole donne che hanno ricevuto medaglie d’oro al valore per le loro azioni durante la resistenza.
Una lapide a Milano ricorda Gina Galeotti Bianchi, fucilata a 32 anni, incinta di otto mesi mentre pedalando portava a Niguarda l’ordine di insurrezione.
Era una delle tante, delle 35 mila donne che fecero la Resistenza, delle 70 mila che aderirono ai gruppi di difesa della donna. 1859 furono vittime di violenza e stupro, 4635 arrestate torturate e condannate dai tribunali fascisti, 2750 deportate, 623 fucilate o cadute in azione.
Sono questi i numeri della Resistenza al femminile, una realtà ancora oggi poco conosciuta e studiata.
Nella maggior parte dei casi le donne hanno fatto le staffette: portavano cibo, armi, riviste, materiali di propaganda rischiando la vita, torture e violenze sessuali. Ma non erano armate, quindi non si potevano difendere.
Molte donne inoltre hanno avuto ruoli di protezione dei partigiani: li nascondevano, li curavano, portavano loro i viveri nei nascondigli, si preoccupavano della loro sopravvivenza.
Altre, in numero minore, hanno partecipato direttamente alla lotta armata.
Ma poche hanno visto riconosciuto il loro ruolo di partigiane che veniva conferito solo se si aveva partecipato alla lotta armata per almeno tre mesi all’interno di un gruppo organizzato riconosciuto e ovviamente le staffette che erano sempre disarmate non potevano annoverarsi come tali.
Molte delle donne che hanno partecipato alla resistenza però non hanno chiesto un riconoscimento perché hanno dichiarato che sentivano di aver fatto solo il loro dovere.
Ora più che mai abbiamo il dovere non solo di ricordare il loro eroismo ma soprattutto di vigilare sulle sempre più inquietanti e diffuse manifestazioni e iniziative neofasciste che offendono la memoria di chi ha sacrificato la propria giovane vita per la libertà di tutti.
Il monumento dedicato alla staffetta partigiana, Giulia Lombardi, uccisa a 22 anni dai fascisti nel 1944, realizzato Vighignolo, una frazione di Settimo Milanese e che è stato incendiato pochi giorni dopo l’inaugurazione è solo un esempio del disprezzo fascista per la donna, relegata nel ruolo di massaia e di fattrice (il fascismo non la considerava neppure più educatrice) e svilita a funzione di oggetto da godere.
Teniamo quindi sempre alta la guardia contro la bieca cecità di chi vorrebbe oggi sminuire il ruolo della resistenza antifascista e spingere nell’oblio questa pagina essenziale della storia italiana favorendo l’ascesa dei sovranismi, ovvero di formazioni che non vogliono fare i conti con il passato fascista dell’Europa, quando invece non vi si ispirano chiaramente.
