Ascoltare uno dei tanti telegiornali e, sentire parole come “follia omicida” o le parole degli avvocati difensori che dichiarano “si è sentito come avere un diavolo nel cervello”.
Ma il killer di Torremaggiore ha confessato di aver assassinato la figlia per provocare sofferenza alla madre ed avrebbe ucciso anche il figlio di 5 anni se non si fosse nascosto sotto un divano.
Non vogliamo soffermarci sulla dinamica dei fatti, questo lavoro lo lasciamo agli organi competenti ma è lecito domandarsi: “perché i padri uccidono i figli?”
Non è un raptus, questi omicidi non sono mai dovuti ad una improvvisa follia.
Si vuole punire la madre e affermare la propria mascolinità.
Questi uomini sono intrisi di una cultura maschilista rimasta centrata al senso di possesso.
I figli sono visti come estensione della madre e pertanto, ne prendono le distanze da un punto di vista emotivo e li eliminano con l’obiettivo di causare dolore e sofferenza alla madre.
Non si diventa assassini dalla mattina alla sera, chi compie questi delitti si è già reso responsabile di episodi di violenza nei confronti della propria compagna.
Purtroppo, molto spesso, le donne non denunciano e vivono in un clima di violenza sommersa. Una violenza che molte volte non lascia lividi, ma non per questo è meno distruttiva.
Cosa possiamo fare?
La violenza è un fatto culturale ed è proprio la cultura lo strumento per combattere questo fenomeno.
Le parole possono aiutare le donne a liberarsi da una gabbia, denunciando violenze e sopraffazioni, possono contribuire a cambiare azioni e atteggiamenti delle nuove generazioni, possono cambiare lo sguardo degli uomini sulle donne. Ma sbagliare il linguaggio può provocare danni gravissimi, contribuendo a rafforzare pregiudizi e stereotipi e causando un dolore supplementare e inutile alle vittime.
