Domenica 14 maggio l’associazione ” Donne Fuori Dal Silenzio” ha partecipato alla presentazione del libro “Senza madre” storie di figli sottratti dallo Stato.
Il libro è stato scritto a più mani da Silvia Mari e altre giornaliste dell’Agenzia di Stampa DIRE nonchè da avvocate ed attiviste che per motivi professionali sono state coinvolte nella vita di queste madri.
Si tratta di madri accusate di essere “malevoli, simbiotiche”, caratterizzate da quella che viene chiamata “Sindrome da Alienazione Parentale” cioè ci si riferisce a quelle situazioni nelle quali è in atto un processo di rifiuto psicologico da parte di un figlio nei confronti di uno dei due genitori per via dell’influenza dell’altro genitore. Il fenomeno consiste in un vero e proprio lavaggio del cervello dei figli perpetrato dal genitore alienante ai danni del genitore alienato.
Questo purtroppo accade molto spesso nelle separazioni conflittuali, quando le donne denunciano per violenza i loro partner così che, da vittime diventano imputate.
Alcuni giudici ordinano un Consulente tecnico per predisporre una perizia nei confronti della madre, ritenuta responsabile dell’allontanamento del padre violento, o del padre abusante.
Immediatamente il bambino viene allontanato dalla propria casa, dalla scuola, dagli amici, dagli affetti e portato in una casa famiglia per essere ” resettato”. In un anno in Italia, sono stati allontanati dalle proprie case 12.338 minori.
Ma l’esistenza di una Sindrome da alienazione parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale. Data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica.
Un business che allo Stato costa a bambino, tra psicologi, legali, tutori e consulenti dai 3000 ai 6000 euro al mese.
Ma chi e’ l’inventore di questa assurda teoria scientifica chiamata PAS? Si tratta, a ben vedere, di una teoria ascientifica, mai riconosciuta dall’OMS e mai inserita nel DSM ( Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali).
La teoria di questa sindrome e’ stata inventata dallo psichiatra Richard Gardner, consulente di parte nelle separazioni tra coniugi benestanti, contrapponendola quindi alle accuse di abusi per fare assolvere il padre pedofilo.
Gardner era un teorico della pedofilia tanto che in un suo manuale scrisse: “Se un padre abusa della figlia, la colpa e’ della madre inibita che non vuole fare sesso con suo marito e che, per evitare scappatelle extrafamiliari, le offre la figlia”.
Questa assurda teoria, ideata alla fine degli anni settanta, creò terrore e vessazione da parte di madri e figli, e nonostante la morte di Gardner (avvenuta in circostanze poco chiare), ancora oggi é
seguita da diversi tribunali italiani e internazionali.
In questo modo, l’ attenzione viene spostata sulla mamma accusata di manipolare i figli.
Si tratta di un enorme paradosso, ma noi invitiamo le donne a denunciare, sempre, qualsiasi forma di violenza subita, perché
le linee programmatiche più recenti indicano la direzione per attuare un quadro di politiche integrate che comprende:
– politiche preventive in grado di agire attraverso ricerca, formazione e educazione;
– politiche di contrasto e di presa in carico dei maltrattanti in grado di mettere in campo azioni sanzionatorie adeguate e progetti di risocializzazione laddove ve ne siano le condizioni;
– rafforzamento delle politiche di monitoraggio e promozione attraverso interventi normativi di sensibilizzazione, di ricerca e monitoraggio del fenomeno;
– politiche riparative di sostegno volte a garantire alla donna (e ai minori coinvolti) un percorso di uscita dalla violenza mediante la presenza di Cav, case rifugio, supporto economico adeguato.
Molto è stato fatto ma i processi di civilizzazione vanno presidiati. Servono più risorse di quante finora ne vengono di anno in anno stanziate (circa 6 milioni), serve un monitoraggio costante degli interventi intrapresi per valutarne l’impatto e soprattutto l’integrazione; servono, infine, interventi di cambiamento culturale attraverso piani formativi ed educativi capillari.
Porre fine alla violenza contro le donne riguarda tutti, nessuno deve voltarsi dall’altra parte pensando che la questione non sia direttamente di interesse personale. Noi ci siamo.
Donne fuori dal Silenzio
