Quella in Afghanistan è stata definita fra le più disastrose operazioni Nato, col risultato finale di aver lasciato il Paese ai talebani subito dopo la partenza delle truppe occidentali.
Una guerra durata 20 anni (2001-2021) e conclusasi con un disonorevole ritiro, ricordiamo infatti le scene di madri che lanciavano i propri figli verso i soldati della coalizione e gente aggrappata alle ali degli aeroplani: gesti disperati di chi ben sapeva cosa li avrebbe aspettati.
Un’uscita di scena veloce, appena il tempo di fare armi e bagagli, anzi solo bagagli perché le armi le abbiamo lasciate ai nemici.
La rifondazione dell’Emirato Islamico che ne è seguita con la sua interpretazione estremamente restrittiva della Sharia, ha riportato il Paese indietro di un secolo dal punto di vista dei diritti civili e sociali, basti pensare al divieto per bambine e ragazze di frequentare la scuola.
Nessun Paese riconosce ufficialmente l’Emirato islamico talebano e questo se da un lato rappresenta una giustissima posizione contro un regime estremamente repressivo, dall’altro ne genera l’isolamento e quindi una profonda crisi economica. Oggi si stima che il 97% della popolazione afgana è in povertà assoluta.
La codificazione da parte del regime talebano di restrizioni e regole di condotta già imposte dalla Sharia, soprattutto per le donne, rende non solo opportuna ma anche legittima qualsiasi soppressione del diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Ora anche la legge è dalla loro parte.
La realtà che emerge dall’editoriale di Domani è sconvolgente e ci pone un interrogativo su ciò che forse è la nostra colpa più grave:: quella di aver ucciso la speranza delle donne afgane.

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